Il Training Autogeno

L’edizione originale di Das Autogene Training risale al 1932, è stata il risultato dei rigorosi studi che J.H. Schultz ha iniziato nei primi anni del Novecento. L’uscita del lavoro di Schultz ha segnato l’inizio ufficiale del training autogeno, che si è poi rapidamente diffuso negli altri paesi europei.Schultz nacque a Gottingen, nella Bassa Sassonia nel 1884, laureatosi in medicina incominciò ad interessarsi di psicoterapia. Utilizzando l’ipnosi ebbe modo di constatare come i pazienti dopo le sedute dichiaravano di aver provato altre sensazioni in aggiunta a quelle suggerite dall’ipnotista. Molti pazienti riferivano di pesantezza agli arti, di brividi, di corrente, di calore diffuso. In sostanza osservò come l’organismo, raggiunto lo stato di rilassamento, desse origine ad una serie di modificazioni ben percepibili. Schultz  si interrogò sul significato di queste sensazioni spontanee. Gli sorse così l’ipotesi che avrebbe in seguito guidato il suo lavoro: allenando una persona ad auto-indursi la tranquillità e la distensione, dovrebbero emergere le stesse sensazioni “spontanee” che si riscontrano nell’induzione ipnotica. Si dedicò a quest’ipotesi e con il tempo arrivò a strutturare un insieme di esercizi quale è il training oggi. Il training autogeno che ci ha tramandato Schultz si pone l’obiettivo di far apprendere la capacità di raggiungere uno stato di calma psichica e di rilassamento muscolare. Il termine training significa allenamento, mentre autogeno vuol dire che si genera da sé: in altri termini il training autogeno è uno sviluppare in modo naturale le potenzialità corporee e psichiche presenti in noi. Il metodo si distingue in un ciclo inferiore e in uno superiore: il primo comprende gli esercizi orientati prevalentemente verso il corpo; il secondo comprende gli esercizi prevalentemente orientati verso lo psichico. Il termine prevalentemente sta a voler sottolineare il predominio di una componente sull’altra, non l’esclusività. Infatti, per ottenere risultati nel ciclo inferiore, in cui è più forte la componente somatica, è necessario saper entrare in uno stato di passività mentale verso il nostro corpo; così come gli esercizi del ciclo superiore, che hanno come oggetto fenomeni psichici profondi, possono venire praticati solo da coloro che riescono a dialogare intensamente con il proprio corpo. La difficoltà maggiore per chi si avvicina al training autogeno non è legata agli esercizi (anzi quelli del ciclo inferiore potranno apparire anche piuttosto semplici), quanto al cogliere il giusto atteggiamento verso il metodo. Il training autogeno richiede la disponibilità ad ascoltare profondamente il proprio corpo distogliendo l’attenzione dall’esterno, non è una tecnica che consiste in un ripetere meccanicamente degli esercizi. Riuscire ad essere disponibili e ricettivi nei confronti della propria corporeità senza forzature è il miglior modo, come ripetutamente sottolineava Schultz, per arrivare ad un profondo rilassamento. Il rilassamento profondo riesce ad allentare la tensione quotidiana, fornisce quella calma necessaria per affrontare le difficoltà giornaliere. La persona che riesce a raggiungere questo stato di profondo rilassamento è nella situazione ottimale per ascoltare e riflettere su tutto ciò che gli viene dalla propria interiorità, e per creare un dialogo con tutti gli elementi del suo corpo e della sua mente. Volendo utilizzare le parole della G. Eberlein, allieva di Schultz, il training autogeno è come un’isola deserta in cui ciascuno di noi può rifugiarsi durante la giornata, e che serve non tanto per sfuggire alla realtà quotidiana, ma per trovare una zona di recupero delle proprie energie, un momento di richiamo delle forze di tutto l’essere, per meglio affrontare la realtà stessa, quando ci procura ansia, e uscirne rafforzati e organizzati.

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